Prometeo o della rupe

di Sabrina Peron

sabrina.peron@gagisco.it

The myth of Prometeo is proposed by Kafka in four circular versions that from the betrayal to the grief, they merge in the forgetfulness and end in the inexplicable. Inexplicable as the leaving, the suffering and the destiny of the men, of which Prometeo is friend and accomplice.

Di Prometeo riferiscono quattro leggende.
Secondo la prima, poiché aveva tradito gli dei per gli uomini, fu incatenato al Caucaso, e gli dei mandavano aquile a divorargli il fegato che sempre nuovamente ricresceva.
Secondo la seconda, Prometeo per il dolore dei colpi di becco si addossò sempre più alla roccia fino a diventare una sola cosa con essa.
Secondo la terza, nei millenni il suo tradimento fu dimenticato, dimenticarono gli dei, le aquile, lui stesso.
Secondo la quarta, ci si stancò di lui che non aveva più ragione di essere. Gli dei si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita, stanca, si chiuse.
Restò l’inspiegabile montagna rocciosa. La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile.
Dal momento che proviene da un fondo di verità, deve finire di nuovo nell’inspiegabile.

K. scrive che di Promoteo[1]riferiscono quattro leggende[2]
Quattro, non una, perché anche quello di K. è un racconto mitico e, quindi, polisemico, impossibile da fissarsi in una forma definitiva, dal quale possono sempre narrarsi varianti e versioni multiple: nel caso del racconto di K. le quattro versioni multiple sono circolari[3]. Dunque, come «lo si afferra il mito si espande in un ventaglio dai molti spicchi […]. Ogni atto avvenne in questo modo, oppure in quest’altro, oppure in quest’altro. E in ciascuna di tali storie divergenti si riflettono le altre, tutte ci sfiorano come lembi della stessa stoffa»[4].

Di Prometeo solitamente si conosce una leggenda. La prima delle quattro del racconto di K.: «poiché aveva tradito gli dèi per gli uomini, fu incatenato al Caucaso, e gli dèi mandavano aquile a divorargli il fegato che sempre nuovamente ricresceva». Qui termina la prima leggenda riferita da K. che accenna fuggevolmente al tradimento[5] e già reca una variazione rispetto al mito: «gli dèi mandavano aquile». Non Zeus, non un’aquila: ma dèi e aquile.
Altra variante: la leggenda non contempla la liberazione. Prometeo è sempre lì sulla rupe, dove «si fa costringere chi non è capace di morire»[6]. Su quella rupe contro cui – come narra la seconda leggenda kafkiana – il titano, «per il dolore dei colpi di becco si addossò», fino a «diventare una cosa sola con essa».

Prometeo non può sottrarsi alla rupe (alle aquile, al dolore), gli dèi lo privano della libertà, e inchiodano il suo corpo al suo destino: la rupe è destino e Prometeo che non può sfuggire alla rupe; Prometeo è un titano che non può sfuggire a sé stesso[7]. Né può sfuggire alla colpa che lo inchioda: «l’aver tradito li Dei per gli uomini». E ora, per punizione, un collegio divino manda aquile a divorargli il fegato («che sempre nuovamente ricresceva»). Ossia a divorare proprio quell’organo che, secondo la medicina ippocratica degli umori, è associato al fuoco che Prometeo ha sottratto per donarlo agli uomini[8]. Si noti, però, che K. tace quest’aspetto, noto invece a qualsiasi lettore, per dare rilievo unicamente al tradimento degli «Dei per gli uomini»[9], evidenziando così che «quando Zeus ripartisce i vari privilegi tra i vari dèi e fissa i ranghi del suo impero, egli è il solo a pensare alla razza umana e a opporsi ai progetti di Zeus»[10].

Ma la libertà si fonda sulla irriducibilità: è una irriducibilità da ogni atto, fatto, istanza – umana o divina – e, persino, ad ogni più o meno fondato valore, che non sia la persona stessa e la sua volontà[11]. Così Prometeo, titano della ribellione, riafferma, il suo volere, la sua libertà, sottraendosi alla necessità e scegliendo proprio ciò a cui essa lo costringe[12]. Diviene una cosa sola con la rupe. Si fa minerale. Si riappropria del suo destino: e, del resto, «l’onda del cuore non si leverebbe così bella e spumeggiante e non si muterebbe in spirito se non le si levasse contro, antica muta rupe, il destino»[13]. E tutti gli uomini hanno una rupe, solo gli «dèi son quelli che non sanno la rupe»[14].

Il destino[15], necessariamente, va percorso e traversato, palmo a palmo, in quel deserto chiamato dolore (il «dolore dei colpi di becco»). Perché dire che la «volontà è libera», significa dire che «era libera quando volle il deserto», che «è libera potendo scegliere la via con la quale attraversarlo» (anche addossandosi alla rupe e farsi minerale con essa), che «è libera potendo scegliere il passo che terrà, ma non è libera perché deve necessariamente attraversare il deserto, non è libera perché ogni via, nel suo intricato labirinto, passa per ogni palmo del deserto»[16]. E allora se «tutto è libertà in questo dramma fatto di catene e chiodi»[17], in tal modo Prometeo compie una scelta di libertà che è anche l’unica vittoria possibile[18]. Deliberatamente si sottrae al dolore di astenersi dal dolore[19] conficcandosi saldamente nella propria finitezza[20] e facendo della sofferenza conoscenza[21], perché «a forza di essere cieco il destino stabilisce una sorta di giustizia, cieca anch’essa»[22].

Cesare Pavese, nei Dialoghi con Leucò fa dire a Prometeo: «Oh Eracle, il vittorioso è sempre un dio. Fin che l’uomo-titano combatte e tiene duro, può ridere e piangere. E se t’inchiodano, se sali sul monte quest’è la vittoria che il destino ti consente»[23]. Perché la libertà, che è «posizione di sé», è tale solo «come posizione di scelta, come decisione di un’alternativa», che «ignora ogni limite e legge se non quelli che ha volontariamente accettato. La contestazione è la prima forma del suo esercizio, come possibilità di consenso o rifiuto»[24]. Per questa ragione la libertà è, dunque, «duplice, ancipite, ambigua […] è libertà che si afferma e si conferma e […] che si rinnega e si distrugge»[25].

Infine, anche in considerazione alla già accennata natura lunare di Prometeo[26], sia consentita una chiusura con i personaggi femminili che abitano il dolore, come, ad esempio, le protagoniste delle opere di Ingeborg Bachmann: Franza la protagonista del romanzo incompiuto Il caso Franza[27] e Elisabeth la protagonista del racconto Tre sentieri per il lago[28]. Donne che percorrono gli «infiniti sentieri del dolore, come le strade del deserto»[29], sino a epiloghi privi di redenzione, dove la sofferenza è conoscenza, ma è anche lo sguardo della Gorgone, che ammutolisce[30] e pietrifica sino all’annullamento, sino a dimenticarsi ed a farsi dimenticare[31]. La Mnemosine «colei che ci fa ricordare» è anche «colei che ci fa dimenticare i mali […]. La rimemorazione del passato ha come contropartita necessaria, l’oblio del tempo presente […]. Dimenticanza è dunque un’acqua di morte»[32].

Solo così può avvenire la metamorfosi che fa guizzare la salamandra attraverso tutti i fuochi, senza che alcun fremito la incalzi e il dolore la tocchi[33]. Come accade anche a Pentesilea, trasformata, poco prima dello stupro di ferro di Achille, in Furia minerale nella poesia della Yourcenar[34]. Del resto, come annotava la Arendt, il «cuore è un organo curioso soltanto quando è spezzato batte il proprio ritmo; se non si spezza si pietrifica»[35]. E quando si pietrifica, non vi è più ragion d’essere, gli dei si stancano e dimenticano, anche le aquile si stancano e la ferita si chiude. Resta solo la rupe – ossia il «dato di fatto del mondo esistente»[36] – che domina muta come una Parca[37], «spietatamente troneggiante su tutte le conoscenze»[38].

[1]Il significato del nome Prometeo è colui che prevede [pro-methis], in contrapposizione al fratello Epimeteo, colui che impara solo dopo, si veda in proposito K. Kereny, Miti e misteri, tr. it. di A. Brelich, Bollati Boringhieri, Milano 2012, p. 159, il quale offre come suggestione anche un altro nome attribuito a Prometeo Ithas, o Ithax, «nomi simili portano Ithake e Ithakos, l’isola di Ulisse […]. Tra tutti gli eroi omerici è lui che rivela un carattere più simile a quello di Prometeo». Secondo Vernant Prometeo possiede quella qualità che è incarnata da «Ulisse presso gli uomini: l’astuzia. L’uomo astuto riesce a tirarsi fuori da ogni situazione disperata, a trovare una via d’uscita là dove pare non esserci sbocco alcuno», J.P. Vernant,
L’universo, gli dei, gli uomini, tr. it. di I. Babboni, Einaudi, Torino 1999, p. 54. Del resto Ulisse viene chiamato anche polymetis [molto accorto], si rinvia al riguardo a G.A. Privitera, Il ritorno del guerriero, Einaudi, Torino 2005, p. 24.

[2]Il brevissimo racconto Prometeo si trova nei c.d. Quaderni in ottavo. Per questo studio mi sono avvalsa della traduzione di Chiusano: F. Kafka, Quaderni in ottavo, a cura di e traduzione di I. A. Chiusano, Mondadori, Milano 2000. I testi di lavoro di Kafka, cui appartiene anche il Prometeo qui in esame, sono usciti postumi nel 1931, in un’edizione a cura dell’amico ed esecutore testamentario Max Brod. Al riguardo è stato osservato che Brod,
«si è preso delle libertà che giungono sino a modificare l’ordine delle frasi del testo originarle.
Ora, questa edizione resta di fatto l’edizione di riferimento dei traduttori. Estraendo un frammento di quaderno di lavoro e dando ad esso il titolo “Prometeo”, Brod inscrive il frammento in un nuovo co-testo e in un altro genere: il racconto di argomento mitologico», così così S. Borutti, U. Heidmann, La Babele in cui viviamo, Bollati Boringhieri, Milano 2012.
Per l’edizione critica del testo di Kafka si rinvia a F. Kafka, Scritti e frammenti postumi (1917- 1924), introduzione di G. Herling, tr. it. di A. Lavagetto, Feltrinelli, Milano 1994, p. 62: «La leggenda cerca di spiegare l’inspiegabile. Siccome essa discenda da un fondamento di verità, non può a sua volta, che finire nell’inspiegabile. Di Prometeo si raccontano quattro leggende.
Stando alla prima, egli venne incatenato al Caucaso per aver svelato agli uomini il segreto degli dei, e gli dei mandavano aquile a divorare il suo fegato, che sempre ricresceva. Stando alla seconda, per il dolore dei becchi che lo dilaniavano, Prometeo si strinse sempre più alla roccia, finché non divenne tutt’uno con essa. Stando alla terza, nel corso dei millenni il suo tradimento venne dimenticato; gli dei dimenticarono, le aquile dimenticarono, egli stesso dimenticò. Stando alla quarta, ci si stancò di ciò che aveva perduto la sua ragion d’essere, gli dei si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita stanca si richiuse. Rimase la roccia inesplicabile».
Infine, osserva, G. Carotenuto, La mistica ebraica nei quaderni in ottavo di Franz Kafka, reperibile in http://mondodomani.org/dialegesthai/gc01.htm: Kafka a «Zürau, nel rustico mondo di campagna, riesce a trovare la pace e la serenità di cui necessitava. Il frutto di questo felice isolamento sono i cosiddetti Quaderni in ottavo; otto fascicoli del tipo usato dagli studenti del ginnasio dell’Impero Austro-Ungarico, che servivano a registrare i vocaboli di una lingua che si intendeva imparare e la relativa traduzione. Degli otto quaderni il terzo e il quarto sono composti da un insieme di aforismi di carattere teologico e filosofico […] con alcune note diaristiche. L’ottavo quaderno, oltre a contenere un abbozzo dell’autobiografia dell’attore Jiddisch Isak Löwy ed altre annotazioni, è composto, per circa l’ottanta per cento, da studi sulla lingua ebraica. Il resto dei quaderni contiene note diaristiche e abbozzi di racconti per lo più incompleti. Da notare che nel manoscritto del terzo quaderno sono presenti tre racconti brevi che sono stati espunti. Questi tre racconti sono: La verità intorno a Sancho Panza, Il silenzio delle sirene e Prometeo. Infine, allegate, ci sono le Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via: aforismi da Kafka ricopiati e ordinati provenienti dai Quaderni in ottavo; la loro importanza non si limita al dato di fatto di essere stati raccolti e numerati dallo stesso Kafka, ma deriva dal loro carattere sicuramente religioso».

[3]J. P. Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini, tr. it. di I. Babboni, Einaudi, Torino 2000, p. 7: il mito «comporta sempre varianti, versioni multiple che il narratore trova a sua disposizione, che sceglie a seconda delle circostanze, del suo pubblico o delle sue preferenze personali, e dove lui stesso può sottrarre, aggiungere e modificare». Le «quattro nuove versioni della storia di Prometeo si presentano nello stesso tempo come indipendenti e come dei seguiti le une dalle altre. In altri termini, i quattro racconti mitici sono presentati come se si succedessero nel tempo, e il loro isolamento, ciascuno in rapporto al precedente, spiega l’oblio progressivo del senso iniziale della presenza di Prometeo in cima al Caucaso», S. Borutti, U.
Heidmann, La Babele in cui viviamo, cit.

[4] J.R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano 1988, p. 172.

[5] Prometeo è figlio di Iapeto e di Climene (una delle figlie di Okeanos), inganna Zeus, a favore degli uomini, sul sacrificio delle parti degli animali e ruba il fuoco degli dèi, sempre per donarlo agli uomini. Il mito di Prometeo è così riferito brevemente da Apollodoro: «dall’acqua e dalla terra Prometeo plasmò gli uomini e inoltre donò loro il fuoco racchiudendolo, di nascosto da Zeus, dentro una canna. Quando Zeus se ne avvide, ordinò a Efesto di inchiodare il suo corpo sul monte Caucaso, che è una montagna della Scizia. Lì Prometeo rimase trafitto per innumerevoli anni, e ogni giorno, un’aquila volava sopra di lui e gli rodeva il fegato, che
ricresceva durante la notte. Questa fu la punizione di prometeo per aver rubato il fuoco, fino a che Eracle lo liberò», Apollodoro, Biblioteca, a cura di G. Guidorizzi, Adelphi, Milano 1995, p. 15. Secondo K. Kereny, Miti e misteri, cit., p. 158, la madre di Prometeo sarebbe sì una
figlia di Okeanos, ma «originariamente essa era di certo la grande madre di tutti i Titani, la terra stessa, Esiodo le dà il nome di una delle Titanesse, Themis». Themis è «colei che prevedeva il futuro come lo prevede l’intelligenza, quando dalle premesse sa dedurre le conseguenze», così, G.A. Privitera, Il ritorno del guerriero, cit., p. 3.

[6] «Si fa costringere chi non è capace di morire – Cogi qui potest nescit mori», Seneca, La follia di Ercole, V. 426, 101, tr. it. di E. Rossi, BUR, Milano 1999, citato da Hannah Arendt nei suoi diari: H. Arendt, Nel deserto del pensiero – Quaderni e diari, a cura di C. Marazia, U. Ludz, I. Nordmann, Neri Pozza Editore, Vicenza 2007, p. 403.

[7] Incatenato, dunque, Prometeo «al suo corpo, l’uomo si vede rifiutare il potere di sfuggire a se stesso», cfr. E. Lévinas, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo, tr. it. di A. Cavalletti e S. Chiodi, con Introduzione di G. Agamben, Quodlibet, Macerata 1997, pp. 33-34.

[8] Cfr. Ippocrate, Opere di Ippocrate, a cura di M. Vegetti, UTET, Torino 1965. Osserva Vegetti nell’introduzione alle Opere come la «dottrina dei quattro umori (flegma, bile nera e gialla, sangue) tradizionalmente attribuitagli», sia in realtà una «schematizzazione operata inizialmente da Polibio nella Natura dell’Uomo, sotto la spinta analogica della veduta italica degli elementi-qualità; più tardi sempre sotto gli stessi influssi, essa si dilatò sino a trasformarsi in una sorta di cosmologia nella quale ad ogni umore corrispondeva un elemento» (p. 51). Anche, A. De Souzenelle, Il simbolismo del corpo umano, tr. it. di P. Longo, Y. Mollard, Servitium, Milano 2010, p. 224, insiste «sull’aspetto di luce della vocazione del fegato […]. Il fegato partecipa alla conoscenza; ha potere di visione. Diviene sede di una nuova intelligenze sugli avvenimenti, di una nuova saggezza circa le decisioni da prendere». Osserva J. P. Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini, cit., p. 70: «la storia del fegato che viene divorato ogni giorno e che durante la notte si rigenera di nuovo, mostra infatti che ci sono tre tipi di tempo e di vitalità. C’è il tempo degli dèi, l’eternità in cui nulla accade, tutto è già presente,
nulla scompare. C’è poi il tempo degli uomini, un tempo lineare che scorre sempre nella stessa direzione, si nasce, si cresce, si diventa adulti, si invecchia e si muore. Tutti gli esseri viventi sono sottoposti a questo secondo tempo […]. C’è infine un terzo tempo suggerito dal fegato di Prometeo, è un tempo circolare o che va a zig zag […]. Il tempo di Prometeo è simile ai movimenti degli astri, a quei movimenti circolari che si iscrivono nel tempo e permettono, attraverso loro, di misurarlo. Non è l’eternità degli dèi, non è neppure il tempo mortale […] è un tempo che i filosofi potranno dire l’immagine mobile dell’eternità immobile. Lo stesso personaggio Prometeo, così come il suo fegato, sta a metà via tra il tempo lineare degli umani
e l’eternità degli dèi». Dello stesso parere K. Kereny, Miti e misteri, cit., p. 161 e p. 269: «il fegato che nel mitologema di Prometeo ricresce con la notte, per i popoli dell’antichità che esercitavano l’epatoscopia […] era il portatore di un’immagine cosmica tratta dal cielo notturno». «La vulneratezza di Prometeo coincide con la posizione del mediatore, con l’essere sospesi in mezzo, caratteristico del messaggero – e della luna – e depone per un essere lunare […]. Prometeo appartiene all’oscurità. Lo risana la notte e lo ferisce sempre di nuovo il giorno». Secondo l’Autore ciò fa di Prometeo un essere lunare ma non luminoso. Continua, l’Autore a p. 178: «L’oscurità di Prometeo […] facilmente si rivela come la manchevolezza di un essere per il quale proprio il fuoco sarebbe essenziale per raggiungere una forma di vita più perfetta. Prometeo lo procura per l’umanità rivelandosi in questo modo come un alter ego dell’umanità».

[9] Osserva Vernant che «Prometeo ha un rapporto di complicità con gli uomini. La sua condizione è simile a quella umana, poiché gli esseri umani sono anche creature ambigue che possiedono sia un aspetto divino – dapprincipio convivevano con gli uomini –, che un aspetto animale. Negli uomini come in Prometeo, coesistono dunque aspetti contraddittori», così, testualmente, J. P. Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini, cit., pp. 54-55.

[10] J. P. Vernant, Mito e pensiero presso i greci, tr. it. di M. Romano e B. Bravo, Einaudi, Torino 1978, p. 278.

[11] Cfr. E. Renzi, Persona, ATi Editore, Brescia 2015, p. 17: «la libertà si fonda sulla irriducibilità di ogni atto, fatto, istanza e, persino, ad ogni più o meno fondato valore (sia esso storia biologismo della razza eletta, progettualità ideologica normatività dell’Assoluto) che non sia la persona stessa».

[12] Seneca, testi scelti da M. Zambrano, Bruno Mondadori, Milano 2000, p. 157: «si sottrae alla necessità, perché sceglie ciò cui essa lo costringe».

[13] F. Hölderlin, Iperione, tr. it. di G. V. Amoretti, Feltrinelli, Milano 2004, p. 62.

[14] C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1999. Dialogo di Prometeo con Eracle: «Eracle: Era un mondo di rupi; Prometeo: tutti avete una rupe, voi uomini. Per questo vi amavo. Ma gli dèi son quelli che non sanno la rupe. Non sanno ridere né piangere. Sorridono davanti al destino; Eracle: sono loro che ti hanno inchiodato», p. 71.

[15] Consapevoli, però che «il cuore umano ha una spiacevole tendenza a chiamare destino soltanto ciò che lo schiaccia. Ma anche la felicità, a modo suo, è senza ragione, poiché è inevitabile», così A. Camus, Il mito di Sisifo, tr. it. di A. Borelli, Bompiani, Milano 1994, p. 128.

[16] F. Kafka, Tutti i romanzi, racconti, pensieri e aforismi, a cura di I.A. Chiusano e G. Raio, Newton Compton Editori, Roma 2012, p. 55. Osserva Latini: «Essere nel deserto significa errare in uno spazio in cui si è sempre fuori, perché non c’è dimora, e il tempo, privo di presente e di passato, si dà soltanto come tempo di vana attesa, nell’assenza di speranze», M. Latini, “Un dolore inaudito. Modi del patire nella cultura austriaca”, in Sensibilia, 4 (2010), p. 213.

[17] S. Weil, La rivelazione greca, a cura di M.C. Sala e G. Gaeta, Adelphi, Milano 2014, p. 250.

[18] Osserva Simone Weil che «i Greci sentirono benissimo il carattere essenzialmente, irriducibilmente penale della sofferenza redentrice. È palese nella storia di Prometeo», così, S. Weil, La rivelazione greca, cit., p. 225.

[19] Scrive Kafka: «Tu puoi tenerti lontano dai dolori del mondo, sei libero di farlo e risponde alla tua natura, ma forse questa tua astensione è l’unico dolore che potresti evitare», F. Kafka, Tutti i romanzi, racconti, pensieri e aforismi, cit., p. 55. In questo riecheggia qualcosa del pensiero di Kierkegaard: «dico del mio dolore come l’inglese della sua casa: is my castle. Molti uomini considerano l’aver del dolore, come una delle comodità della vita», così S. Kierkegaard, Opere, a cura di C. Fabro, Sansoni Editore, Firenze 1972, Aut-Aut, p. 9.

[20] Cfr. S. Natoli, Esperienza del dolore, Feltrinelli, Milano 2002, p. 23.

[21] S. Weil, La rivelazione greca, cit., p. 250.

[22] Ivi, p. 20.

[23] C. Pavese, Dialoghi con Leucò, cit., p. 71.

[24] L. Payerson, Filosofia della libertà, Il Melangolo, Genova 1990, p. 16.

[25] Ivi, p. 24.

[26] Cfr. K. Kereny, Miti e misteri, cit., p. 169.

[27] I. Bachmann, Il caso Franza – Requiem per Fanny Goldmann, tr. it. di M. Olivetti, Adelphi, Milano 1988. Il libro è stato recentemente riproposto da Adelphi con un nuovo riassetto filologico dal germanista Luigi Reitani, con il titolo Il libro Franza, tr. it. di M. Olivetti e L. Reitani, Adelphi, Milano 2009.

[28] I. Bachmann, Tre sentieri per il lago, tr. it. di A. Pandolfi, Adelphi, Milano 1994.

[29] M. Latini, Un dolore inaudito, cit., p. 220.

[30] «Scenderemo nel gorgo muti», scrive Cesare Pavese in una delle sue più celebri poesie. C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, Torino 1997.

[31] Nel romanzo della Bachmann, Il caso Franza, nel deserto ai piedi di una piramide la protagonista subirà violenza da uno sconosciuto («Lui aveva in mano un bastone, si era fermato e si era avventato contro di lei […] si prese quella botta leggera come se l’avesse colpita con l’accetta, soltanto allora si accorse di ciò che lui stava facendo con l’altra mano e di ciò che voleva da lei […]. L’uomo l’afferrò da dietro, quasi dolcemente, […], la tenne avvinta in un debole abbraccio, poi di nuovo le fece sbattere la testa contro la tomba»), terminata la quale Franza rimane «addossata alla pietra, la testa reclinata da un lato, e quando si voltò lo vide allontanarsi lentamente nella stessa direzione in cui era venuto […]. Il pensiero si lacerò in lei, e allora lei sbatté la testa, la sbatté con tutta la forza contro quel muro» (I. Bachmann, Il caso Franza, cit., p. 139). Osserva in proposito, M. Latini, Un dolore inaudito, cit., p. 220, «L’immagine, in tutto il suo profilo tragico, ricorda da vicino la rivisitazione del mito di Prometeo da parte di Kafka […]. Il farsi tutt’uno con la roccia è indice di una sofferenza capace di concentrarsi su sé stessa fino a dimenticarsi».

[32] J. P. Vernant, Mito e pensiero presso i greci, cit., p. 102.

[33] «Spiegami, Amore, quello che io non so / spiegarmi: in questo breve, orribile tempo / […] Non mi spiegare nulla. Vedo la salamandra / guizzare attraverso tutti i fuochi. / Non la incalza alcun fremito, e non prova / nessun dolore» I. Bachmann, Spiegami, Amore, in Poesie,tr. it. di M. T. Mandalari, Guanda, Parma 1978. Scrive Christa Wolf commentando questi
versi: «È questo, mi sembra, il prezzo dell’invulnerabilità che l’Io […] non vuole pagare: essere insensibile. Colui che pensa, che ha pensato in centinaia di anni per indurirsi: ora lascia un vuoto. Della fraternità, della naturalezza, dell’innocenza che ha escluso dal suo pensiero […].
Riesce ancora ad accorgersi, temprato e corrazzato com’è se attraversa ancora il fuoco o il gelo?», C. Wolf, Premesse a Cassandra, tr. it. di A. Raja, Edizioni e/o, Roma 1983, p. 140.

[34] M. Yourcenar, Fuochi, tr. it. di M. L. Spaziani, Bompiani, Milano 1984. Si veda il racconto Patroclo o del destino: «Con la corazza, l’elmo in capo e la maschera d’oro, quella Furia minerale non conservava d’umano che la voce».

[35] H. Arendt, Nel deserto del pensieroQuaderni e diari, cit., p. 380. Teognide, Elegie. Libro I va. 1029-1030, tr. it. di F. Ferrari, BUR, Milano 1989: «Resisti cuore, anche se soffri mali irresistibili: si fa convulsa l’anima dei vili», citato da S. Natoli, in L’esperienza del dolore, Feltrinelli, Milano 2002, p. 48.

[36] K. Kereny, Miti e misteri, cit., p. 184, contro il mondo esistente, «l’uomo vi urta, vale a dire diventa causa del proprio soffrire», ma è un soffrire necessario perché è proprio la «sofferenza, l’unica forza superiore a quella immensa del male […]. Solo il dolore è più forte del male […] che per travagliosa e dilaniante sia la sua opera è l’energia nascosta del mondo», così L. Payerson, Filosofia della libertà, cit., p. 35.

[37] La suggestione Rupe/Parca è tratta da S. Satta, Il giorno del giudizio, Bompiani, Milano 1982, p. 4: «nel camposanto dominato da una rupe che sembra un a Parca».

[38] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, tr. it. di S. Giametta, Adelphi, Milano 1977, p. 56.

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